Pensieri, appunti, versi

…perdeva capelli e scaglie d’anima; in un morbido torpore passava da uno stato di stordimento all’altro. Era iniziato da molto tempo ormai, o quantomeno quella era la sua impressione. Per amor di precisione… non aveva impressioni, ma solo percezioni semicoscienti. L’anima di certo si era assottigliata dall’ultima volta che aveva orbitato in quel preciso abisso. Questo è l’inizio. Questo è un istante prima della fine. Unità di misura per definire il tempo che probabilmente si è svelato sotto forma di spazio e poi abisso. Calcinacci d’anima tutt’intorno.

……………….

Stare bene insieme, dici.
Starei bene con te anche solamente a starti seduto vicino sulla cima di uno scoglio e guardare il mutare dei colori del mare per ore.

Ma questo lo so da me, e lo so da solo perché leggo il mio battito
confusamente accelerato mentre cammino in questa Firenze estranea
che mi spintona verso la tua piccola camera, dove sono arrivati tutti prima che io suonassi il campanello.
Del tuo battito ho solo baluginio d’intuizione, fugace bagliore, ottica illusione.
Ripenso a quando siamo arrivati viso a viso e ho avuto sui miei,
i tuoi occhi ridenti e il tuo sorriso sensualmente asimmetrico.
Incomprensibile, per certi versi, il largo abbraccio in cui hai infilato un piccolo me.

……………….

Ancora qui. Progressi? Nessuno… Invecchiamento costante ma lento, incuria. Lo si dimentica. Si dimentica il tempo, l’abisso che si schiude, e che respira porzioni d’aria e luce. Urgenza. Sempre l’urgenza si stempera. Se io potessi essere…

……………….

Sentire echi,
a tutto torno torno,
aghi di luce.

Macchia di sapere sapere.

Sento solo echi.

Onda onda,
luce,
profumo.

Ero li dopo, volendo prima.

Scuotiti e muori.

Piano e dolce.

Da fuori solo echi.

E rumore che stride tenero,
vita la chiamiamo?

Quella di primo verde acerbo.

……………….

certi giorni la memoria della sabbia fa temere a questa bottiglia di vetro…
lo sgretolarsi in grani e minuscoli frantumi. paura e tentazione.

……………….

piccola poesia d’inverno
banchi di nebbia al lazo… ho dormito per tutto l’inverno in un tronco coperto di muschio. sogno sento vento fischia lento piano fuoco piccolo. buio, poi luce bianca di brina.

……………….

Un passo e un altro passo, le dita che percorrono lievi i tasti. La ragazza dai grandi riccioli mi ferma, mi distrae. Lei fuma? Si. Che sigarette? No no, tabacco… niente sigarette. Non confezionate di sicuro. Basta un attimo e sono abbandonato nella sera. Città affollata come sempre, aria nebbiosa, luci di una tradizione nata antica e decrepita. L’amore umano, la saggezza, il calore di un affetto sereno, immotivato forse, ma enorme. La mia testa piena di pulviscolo, torbide giravolte che nella confusione spostano le coltri, ed eccolo li, il buco nell’anima, che mi passa da parte a parte. Il vuoto dentro l’anello d’oro, L’assenza che fora il prezioso. Guardo in alto. Una luna a metà si vede appena, oltre la nebbia. Un passo e un altro ancora.

……………….

Il problema è che da un po’ si perde tutto nella confusione di questo arrancare veloce a passi grandi e incerti…. già. Certe volte speri che si rompa una di queste lunghe e fragili gambe. Se si rompesse sul serio… magari potresti fare una faccetta, un sorrisetto imbarazzato, potresti allungare un po’ le braccia come a dire: vedi, non posso correre, resto qui? Posso restare un po’ qui? Giusto il tempo che arrivi il meccanico e mi ripari… vai, vai. Non ti preoccupare, poi ti raggiungo. Beh, ho un libro… leggo un po. Magari scrivo qualche lettera che devo scrivere da anni e non ho mai scritto. Fame? No no, ho fatto una bella colazione. Non ti preoccupare. Si stà bene qui. C’è silenzio… beh, no. Si sentono gli alberi…

……………….

Con stupore, certe volte, mi guardo intorno… che strano essere qui.
Dove mi sono perso e ritrovato?

Altre volte salivo le scale fin su, alla terrazza.
Gli scalini erano più alti di quelli della scale che dall’ingresso portavano alle camere.
Da bambino facevo fatica a salirli. Lo stanzino sopra alla terrazza era sempre pieno di “cosi” strani e calore, soprattutto calore. Il sole di luglio cuoceva l’aria. La porta di metallo era rovente.
Quando l’aprivo la luce mi abbagliava. Li c’erano i fili per stendere il bucato e le reti che dividevano la grande terrazza in tanti “appezzamenti”.
Era pomeriggio e tutti in casa dormivano. C’era odore di mare e si sentiva il fruscio dei pini che crescevano dietro al muro di tufo che circondava una cisterna comunale, qualche volta il rumore forte di un motorino.
Verso le cinque passava il gelataio con una motoretta. Solo limone con dentro i noccioli.
Scendevo giù ad aspettare. Mia nonna era in cucina con il rosario che bisbigliava litanie. Io non capivo molto di quello che mi diceva. Parlava solo in dialetto. Aveva imparato a fare la sua firma dalla televisione. Quando sbalenavo attraverso il corridoio mi sorrideva.
La terrazza che dava sulla strada, alta solo tre scalini dal marciapiede… con la vite e l’uva americana che maturava.
Il nonno sordo davanti alla televisione in salotto. Nonno Giorgio.

……………….

Avevo qualcosa da dire a John, e quindi usci dall’auto e sbattei la portiera. Ci fu una luce molto netta, una specie di fulmine. Là… sulla collina una musica di banda. Gli sparò appena provò a mettere fuori la testa. Il cappello saettò via mentre intorno si alzavano mulinelli di vento e sale. Il mare era percorso da riflessi che rompevano il blu scuro della notte. Gli ombrelli neri sotto la pioggia. Prese il bicchiere ghiacciato che gli avevo messo sulla tavola, lo portò alla bocca con lentezza e bevve un sorso. Poi lo rimise giù. Il rumore del vetro sul legno lucido fu delicato ma netto. Il cognac ondeggiando lanciava riflessi d’oro e rosso. E adesso? Non immaginavo che sarei morto così.

……………….

La coda di volpe nel campo di grano. La carcassa d’automobile color ruggine e senza motore. L’azzurro intenso che c’è sopra.

……………….

Aprite, aprite le porte, spalancate i portoni, abbassate i ponti di legno incatenati; e partite, partite navi e bastimenti ululanti; e soffiate, soffiate venti nuovi e fragranti, soffiate! Apritevi ali, sciami, alveari, apritevi doni, secoli apritevi, squarciatevi veli, alzatevi voci, avvenire.

……………….

Turgido, magro, slanciato, spalle squadrate, due chiappe di marmo, un fallo stupendo… e sguardo fiero… ma con quella luce particolare, il bagliore di stelle giovani, negli occhi; e il labbro inferiore leggermente infantile…

Anche i primi capelli bianchi… non intaccarono il suo fascino.

E dicevano che avesse anche talento per le arti e la scrittura…

Oh, Neferkheperura-Waenra Akhenaton!

……………….

Profondi, abissali vuoti, generano affamati e denutriti desideri.

……………….

Piano piano arrivò. Un pizzicorio fastidioso ma con una sfumatura che potremmo definire “accattivante”. La coscienza cominciò a percorrere ogni filamento, fino a ridefinire il concetto di palpebre, occhi e quel che ne conseguiva, quindi fu inevitabile aprire “quelle palpebre”. Sollevarle piano, con un misto di impellenza e paura. Prima solo una fessura, poi uno spiraglio, e infine, con cautela l’intera possibilità visiva fu esplorata e il mondo, il piccolo mondo visibile, fu messo a fuoco. Penombra e polvere. L’olfatto si era anche destato. Odore di chiuso, polvere del tempo, tempo immobile. Il ricordo parlava di 50 anni per contratto. Si era spento per 50 anni… o almeno quello era il tempo per cui aveva firmato. Uno spegnimento di 50 anni con riavvio automatico alla scadenza.

……………….

Emigrate su Marte. La nuova frontiera dell’avventura. Nel nostro pacchetto una mini astronave con impianto criogenico in grado di mantenervi ibernati per la durata del viaggio, un set di nanomacchine in grado di rigenerarvi in pochissimi minuti appena atterrati e ricavare un modulo abitativo per il vostro soggiorno sulla superficie del pianeta rosso, una scorta di ossigeno micronizzato, selettori di nutrienti, e tutto l’occorrente per la coltivazione di fitostrutture modificate, che nel giro di poche settimane vi renderanno autosufficienti dal punto di vista alimentare. In più in ogni pacchetto è compreso un’abbonamento alla rete di realtà aumentata che collega la terra e le altre colonie del sistema solare. Quindi potrete andare a cena virtualmente con vostra madre a New Tokyo, o scegliere un pacchetto culturale di sinestegrammi appena rilasciati a Bonbei su Indomoon in qualsiasi momento direttamente dal vostro modulo abitativo.
E dal vostro trasferimento su Marte godrete di un’esenzione fiscale totale per i primi 15 anni come da normativa federale.

……………….

Ri: ma c’è l’hai originale?
Ro: Si
Ri: in cd?
Ro: no, credo di avere una musicassetta.
Ri: ah
Ro: cristo come sono vecchia
Ri: vecchia no
Ro: donna con un passato
Ri: però hai visto l’epoca della musicassetta e del mangiadischi
Ro: ecco sì, e vorrei proprio sapere dov’è finito
Ri: pensa a questi poveracci che sono nati con l’mp3, sfigati
Ro: il mio bel mangiadischi con i buchi, in cui alternavo heidi e contessa dei decibel, brahms e l’ape maia

……………….

Mi strappano la carta da parati del salotto. A pezzettini, piccoli. Non mi è mai piaciuto il mio salotto. Ma sono comunque dispiaciuta. Sono sempre stata seduta li a cucire i bottoni, rammendare le calze, ricamare i tovaglioli e le iniziali sulla biancheria. E adesso passano tutti, uno alla volta, e tirano un lembo di carta dalla parete. E sento quel rumore di carta strappata che si tira via anche un po’ d’intonaco e polvere. Hanno cominciato dove l’umidità aveva creato delle pieghe, delle sacche, delle rughe. E’ piuttosto esasperante. Mi strappano la carta da parati intorno alla madia e alla vetrinetta. Quelle le porteranno via, ma non subito. Poi chissà cosa ci metteranno qui. Dei mobili di cartone, come quelli che fanno adesso. Perché quelli non li fanno mica con il legno. Eh no! Sarà tutto diverso. E’ molto strano pensare che sarà tutto diverso. Ma non per me. Io non vedrò nulla. Io continuerò a vivere qui. No, non ci vivrò più, ma in sogno ci tornerò? Mi piace pensare che lo farò. Per questo vorrei che smettessero di strappare la carta da parati adesso. Non sentite che respiro ancora? Ecco, questo è un colpo di tosse. Visto? Sono qui.

……………….

Questa sera sono in parte vapore, in parte polvere, e in parte cemento murato. Ho un vuoto di fianco al centro che sbatte su di un deserto dimenticato… e poco fa ho quasi perso il mio baricentro in un fugace sogno pieno di stanchezza. Stava per cadere tutto di fuori. In realtà nessuno aveva promesso che i mostri non sarebbero più tornati. Ma abbiamo imparato il mantra che fa prender coraggio.

……………….

Ti ricordi di Giovanni? Chi quello che si è fulminato giovedì notte? Si, lui. Era di un bel verde. Adesso è rimasto un buco, passi di giorno che non si nota, ma la notte… Una volta quando una lampadina si fulminava venivano subito a cambiarla. Ultimamente c’è proprio aria di declino e mancanza di decoro. Lasciano i cadaveri nel loro portalampade per giorni. Eh si, è vero. Dovremmo scrivere una lettera di protesta.

……………….

Una precoce primavera fra le foglie nuove di qualche rovo, l’avanzare dell’estate e l’aria che sposta lievemente l’attenzione verso la finestra e il verde assolato che si scorge. L’aria che si muove e la sensazione di esser vivi. Era un augurio. Chissà come avrei potuto raccontarlo a parole in quel momento buio. Ecco, io ti ho sperata li, davanti a quella appartenenza, a quella rivelazione. A godere del ciclo del sole, della luna, e dei piccoli tesori che trasformano le avversità in preziosi trofei.

……………….

Incorrisposto amore per oggetti inerti.
La polvere che si stacca dai solidi per navigare l’aria,
i liquidi che a riempire voragini tendono
e la mia anima che si staglia in sacche di infinita bonaccia
sul mare morto che le correnti non rapiscono.
Cadono bulloni e viti dai barattoli di latta,
si rovescia la scatola dei giochi vecchi
e i libri di scuola si riempiono di giallo tempo usato.
La morte insiste con i suoi ricatti
e il mondo canta di infiniti angoli di piacere
che sono troppo lontani da questa cantina.

……………….

Una collana di notti stellate,
tutte infilate nel filo di una dolce estate
che sa d’erba e mare dietro la collina,
con un capo fra le dita della luna bianca
che saluta il suo sole giallo e arancio distratto
a disegnare crinali e linee infinite
con cui fare piccoli nodi in cui stringerci alle cose.

Vorrei respirare per tutto il tempo questo brillar di stelle
e pulsare di lucciole.
Vorrei avere sempre la testa alzata verso il cielo,
le chiome di grandi alberi,
le piume dei rapaci,
le nuvole che ruotano il pianeta.

……………….

Primavera umida e piovosa
riverbera in anelli che solcano
specchi frutto di ormai disciolti
rigidi pianti innevati.
L’eco del tocco, l’eco del dire,
l’eco dell’ape nel campo,
l’epoca della fragorosa apertura di infinite corolle
e ossessione amorosa.

Colore tiepido s’insinua tra il bianco e l’azzurro,
io mi ricordo questa emozione bruciante e resisto
come fossi asse di legno gonfio di pioggia
pronto a trasalire spezzato in scaglie e limatura di ferro
che il sole brilla nella sabbia scura della prima creazione.
Innamora la stagione, il movimento timido
e la veste, le mani, la retina, lo sguardo,
l’abbraccio.

Questo dramma della gioia
che riempie il riaprirsi alla vita.
Tremare perché non si è mai pronti,
mai completi e finiti.
Vibrano viole e stridono violini fra mille ali di uccelli,
che dopo voli incerti e sinuosi di studenti
puntano verso il sole
e abbandonano l’atmosfera
insieme a comete dalle lunghe scie ghiacciate.

Ossessione del ripetere la stessa domanda.
Chi conosce risposte sulle orbite
e la gravità che cattura le anime
in sistemi stellari multipli?

……………….

L’assenza di luna
e di certe notti tiepide
trasforma i pianeti
in sfere di pietra.
I libri accatastati vicino al letto
formano scale impraticabili.
Si.
E io ho bisogno di raccontare le cose
con parole
che mi facciano sentire meno stupido.
Meno stupido per l’assenza della luna
e quanto ne consegue.
So, lo so come si fa a fare fare fare
finta di esser di nuovo qui.
E scrivere di non saper come come come
passare questo buio.
Che poi lo sappiamo tutti.

……………….

Le possibilità sono pressoché infinite ma la realtà spesso resta fissa come una pozza d’acqua in un mondo vuoto.
Ci lasci cadere una piccola pietra colorata, di quelle levigate dal tempo, e per un attimo l’acqua si rompe e si creano quei piccoli cerchi.
Euforia.
Ma in breve torna la quiete.
E allora ti accorgi che fa troppo caldo, è troppo umido, e tu stai poco bene.

……………….

Nostalgia di quel che non è stato
di un pavimento di granito lucido,
ingresso e portico,
il sole di un sereno e tardo inverno.
L’odore di casa.
Il viaggio, le foto, le lavatrici da fare
il bucato steso.
Il sole e il cielo perfetto.
Il giardino, il cane, la luce del mattino sul cuscino.
Essere di ritorno, aspettare l’arrivo.

……………….

Se fossimo fatti di carezze.

……………….

Spedisco bellissime lettere che nessuno riceve.

……………….

Sprofondo, a tratti affioro.

……………….

Mozart. Ogni volta che t’incontro cado vittima di un amore languido e incondizionato
che mi muove come il vento fruscia e struscia le foglie dell’infinita chioma sopra un grande albero.

……………….

Vorrei ci si incontrasse già conosciuti,
che il mio raccontarmi sempre mi è stato nemico.
Vorrei incontrarti senza spiegazioni,
ma dopo averti accarezzato vorrei essere baciato.
Vorrei saperti, già specchiandomi nell’umido del tuo guardare,
il mio un po’ ti assomiglia, benché con più anni e meno spavalderia.

Come ci s’incontra?

……………….

Se potessi parlarti ora, potrei dirti:
questi approcci sessuali
scevri da romanticismo,
ma pervasi da una certa dolcezza,
e percorsi da una strana confluenza di fascinazioni
intellettuali ed erotiche,
è uno stato già più pulsante e vivo
dello stare a guardarsi i piedi
seduti da soli in una cameretta buia.

Quindi proverò a non farmi prendere troppo dal desiderio di una vita perfetta.
Incontriamoci senza fare inutili richieste.

Mi hai salutato con un bacio
e hai detto
che venerdì tornerai.

Io ti aspetto.

……………….

Eccomi qui
Con le dita scosto le costole del petto
Tormento le caviglie con le unghie
E cerco il sonno.
Scacciare la paura.
Stava cercando se c’era rimasto un briciolo d’anima
In quel corpo inerte, ormai inadatto alla vita
Ma ancora tiepido e umido.
Si sarebbe freddato presto.
Ma chi è, chi è?
Che mi può tenere la testa fra le mani e lasciarmi piangere
Una vita sta passando
Guardo i miei vent’anni come fossero quelli di un’altro.
Do spesso
L’impressione sbagliata.
E ci sono verità che si negano a vicenda restando vere.
Ma non so spiegarle con le unghie.
Non so gridare bene, ci provo.

……………….

Piangevo metodicamente almeno un’ora al giorno, nell’angolo più solitario e grigio della casa.
Alla fine mamma si era risposata con l’uomo del negozio di vini e liquori.
Non mi trattava male lui, perlopiù mi lasciava bollire nel mio brodo.
Credo non gli piacessero i ragazzini come me. Non mi faceva niente, tipo calci, schiaffi, non mi urlava dietro. Semplicemente mi ignorava.
Piangevo di nascosto, senza lacrime, in realtà non credevo di piangere.
Se mi avessi visto non avresti mai immaginato che stavo piangendo.
Anche io non lo sapevo allora. Me l’ha detto Maria pochi mesi fa in una lettera che mi ha scritto.
Insomma, un giorno mamma mi trova li nell’angolo, mi guarda di traverso e mi dice: bisognerà tagliarti i capelli e infilarti un vestito decente.

……………….

Qui piove, sulle foglie dei gerani, sulle foglie delle rose e sul gelsomino. Una pioggerella piacevole da ascoltare. Qualche uccello qui intorno si attarda a cinguettare sul far della sera.

Mi vergogno a dirti che sono solo, come quasi sempre nei giorni di festa.
Lontano dal calore di casa, dal buonumore dell’amicizia, e dall’eccitazione per il viaggio, anche solo quello breve, in treno.

Ho imparato a non lasciarmi sopraffare dal panico, quando resto solo.
Ho imparato ad accettare le cose nel loro essere, nel loro accadere.
Ma certe volte con la sera arriva una certa commozione, una malinconio latente.

C’è tanto da fare prima che venga notte però, non è il caso di attardarsi a descivere la solitudine,
l’hanno già fatto molto bene e in tanti, non potrei aggiungere nulla di originale
……………….

Primavera umida e piovosa
riverbera in anelli che solcano
specchi frutto di ormai disciolti
rigidi pianti innevati.
L’eco del tocco, l’eco del dire,
l’eco dell’ape nel campo,
l’epoca della fragorosa apertura di infinite corolle
e ossessione amorosa.

Colore tiepido s’insinua tra il bianco e l’azzurro,
io mi ricordo questa emozione bruciante e resisto
come fossi asse di legno gonfio di pioggia
pronto a trasalire spezzato in scaglie e limatura di ferro
che il sole brilla nella sabbia scura della prima creazione.
Innamora la stagione, il movimento timido
e la veste, le mani, la retina, lo sguardo,
l’abbraccio.

Questo dramma della gioia
che riempie il riaprirsi alla vita.
Tremare perché non si è mai pronti,
mai completi e finiti.
Vibrano viole e stridono violini fra mille ali di uccelli,
che dopo voli incerti e sinuosi di studenti
puntano verso il sole
e abbandonano l’atmosfera
insieme a comete dalle lunghe scie ghiacciate.

Ossessione del ripetere la stessa domanda.
Chi conosce risposte sulle orbite
e la gravità che cattura le anime
in sistemi stellari multipli?

……………….

Contento, nostalgico, a tratti disperato, ma soddisfatto. Un poco sull’orlo del pianto ma assai entusiasta. Miseramente inadeguato, sempre, ma assai migliore della gente che è stupida. Giornata da sogno e da incubo. Vorrei vivere lungamente per curiosità, ma senza in questa solitudine non capisco nemmeno la linea blu del mare che sta sotto all’universo. Che poi gli occhi mi si consumano e diventano dolore. La pazienza si è trasformata in pietra, la pietra non risponde ne al sole ne alla pioggia, la terra argillosa non assorbe la pozza di desiderio che è affiorata ancora. Respiro dopo respiro, qualcuno ripensato, la maggior parte senza nessuna coscienza.

……………….

Fra la casa del pianto e quella del silenzio
dovrai passare per il giardino dello smarrimento
e non basterà camminare ad occhi chiusi per ritrovare il tempo che hai perduto.
Questa notte dormirai sotto all’albero delle febbri e dei deliri
e al risveglio niente di te sarà stato salvato,
così dovrai ricominciare a lavarti le orecchie, tirarti su i pantaloni, mettere il cappello.
Non puoi morire oggi, ne domani.
Non vuoi morire domani, non vuoi avanzare di un passo.
Sotto ai lampioni, aspettando che piova
gli occhi lucidi e freddi, seduto
sul bordo del letto, con questo nero colato fra le pieghe delle viscere.
Ti masturbi.
Osservi i minuti e neanche te li immagini gli spazi sconfinati la fuori.

……………….

Le spalle. Le spalle ampie, larghe come le arcate di una cattedrale
Le braccia forti come catene, cordami e radici di esseri secolari
Le mani aperte, ricolme di semi e pruni, distese a fare certo il reale.
Le dita da contare e ricontare per fugare i dubbi del dubitare.
Una ad una e di nuovo arrivare in fondo e ricominciare.
Un posto dove tornare, un posto dove aspettare.
Non mi dici quanto ti sono mancato,
non ti dico da che desiderio mi sono lasciato divorare.

L’ombrello mezzo rotto, su di me piove tutta la pioggia di Bologna,
Lentamente ma costante, aspetto e scoloro, ricordo di vederti passare.

Il vento da solo bussa e apre questa porta senza assi, senza cardini, senza serratura
condanna di deserto dove fruscia sempre la sabbia che cambia il nuovo in usura.
Un piccolo foro prosciuga il tempo e tutto quello che pensavo importante.
Resto qui a succhiare il veleno dei morsi di serpente.

Le spalle, le spalle dietro a cui inizia a nascondersi il giorno.

……………….

Dove sei stato tutto questo tempo?
Sono stato malato. Ero rotto, una mela marcia fra quelle di cera e vernice.
E poi? Sei guarito alla fine?
Si, mi sono svegliato in un mondo gelido e grigio senza il desiderio che avevo tanto desiderato.
Ma ero intero.
Io ero tutto intero, non negavo nulla di me. Nemmeno la fatica.
Soprattutto ero contento per la fatica.
Non hai preso scorciatoie?
Ho creduto di volerlo. Ma poi sono stato più contento della strada che mi ha ferito i piedi
e mi ha reso forte e resistente.
E allora il tempo ha ripreso a scorrere in modo dolce.
Ho alzato gli occhi e ho visto il verde del bosco mutare in giallo e rosso.
Ho visto aliti di nebbia staccarsi dalle chiome degli alberi che bramavano l’unirsi.
Il congiungersi ai tanti toni di grigio di un cielo carico di umido respiro.

……………….

Si muovono le nuvole e cieli con enormi carichi di pioggia
Salgono poi miraggi di azzurro vapore, intorno gli alti disegni che compone Milano.
Cammino da giorni ma non arrivo mai dall’altra parte della città.
Mi scoppia la testa perché non penso ad altro che a te e vorrei sapere chi sei.
Certe volte ho quasi capito, certe volte ho avuto paura di sapere.
Non ho abbastanza pensieri per capire e mi soffoca questo brusio
Mi secca la gola, mi si bagnano gli occhi, apro la bocca e spero che il prossimo bacio sia per davvero.

……………….

Sono arrivato dal deserto
Mi sono gettato nel miraggio
La roccia mi ha graffiato la fronte
La sabbia ha asciugato il pianto

Come potevo colmare da solo un lago ormai estinto?

……………….

Goccia a goccia torno in me
Nel mio tessuto però resta una voragine,
baratro in cui cado all’improvviso
inciampo nei tuoi vestiti piegati sulla sedia
appesi al muro, inciampo sulle tue dolcezze.
Su nostalgie di un’intimità che non saprai mai.

Quante autostrade e sentieri ti hanno portato via
Lontano. Non c’è più il tuo odore
Non c’è più neanche il tuo viso.
Resta solo assenza.
Un autunno che tarda. Piccoli stormi di uccelli si spostano dai prati alla foresta.

……………….

Ridicolo parlare con te di amore, si di amore
Ridicolo parlare di amore
Ridicolo provare questo, ridicolo sentire il mio cuore così stipato, così affollato
Da tutto quello che avrei voluto da te
Ridicolo essere pieni di amore.
Ridicolo pigiarmi i pugni nello stomaco per te.
Ridicolo restare instupidito e non poter smettere di ritrovarmi nel tuo abbraccio.

……………….

Non resta nulla da aggiungere, non ti preparerò la colazione quando devi uscire di corsa.
Non ti terrò la cena in caldo quando tarderai. Non aspetterò impaziente.
La sera qui ha preso a cancellare il monte, ancora troppo verde per l’ottobre inoltrato
che quasi diventa novembre. La nebbia a nastri avvolge i boschi.
Che ci si possa addormentare…
Sarebbe stato amore se ricordassi bene il tuo volto?
Quello no, è confuso. Sento ancora però. La presenza. Forte.
Cose poco spiegabili. Poco comprensibili. Con te.

Siamo esseri immensamente soli.

……………….

Vivono e non si sanno
Respirano aria che non piena i polmoni
Fratelli senza famiglia
Famiglie senza una casa
Case senza tetto.
Vivono e non sanno alzare lo sguardo
Quando il vento indica l’ultima luce di un giorno di sole.
Soli per le strade, sola in cucina mentre cala la penombra
Solo seduto sul letto sfatto impregnato di sudore.
Collezione di orgasmi che non lasciano piacere.
E poi le insegne e le collane di luci sulle strade.
Non si ascolta la propria voce, il proprio pianto.
Si accatastato in dispensa confezioni di brusio.

……………….

Spaventati di te stesso
Perché scambi il nulla per tutto.
Abbi timore del tuo giudizio se desideri baci senza verità
Senza sentimento.
Piangi per il delirio, non per il silenzio.

……………….

Dove sono state nascoste le nostre notti tesoro?
Il blu trapunto di grilli, la pioggia di stelle, una per ogni filo d’erba.
La collina come un fianco di madre, i boschi santuari ricolmi di misteri.
Mi sei vicino come l’acqua dei cerchi perfetti, dei tiepidi ristagni salati.
Mi sei accanto come il crescere del vigneto, l’imperlarsi del giovane grappolo.
Mi sei dentro come il bianco della fiamma che divampa.
Non saremo corpi accatastati che si muoiono uno sopra l’altro.
Non hai bisogno di approfittare di me.
Non ho bisogno di fermare le mani.
Non c’è bisogno di cercarsi con il respiro rotto.
Siamo spiriti a confronto, anime di carne e sangue
che si aprono in lunghissime conversazioni.
Che combaciano per un lungo, morbido, tenero, struggente momento.
Che crescono come alberi di navi e torri a cui si impigliano brandelli di cielo.
Pregavamo che l’alba aspettasse che finissimo le parole,
pregavamo che il giorno aspettasse fino all’ultima carezza,
e il sole ci trovasse addormentati in un abbraccio perfetto.
Vero e perfetto.

……………….

Cammino per ore dall’altra parte della strada.
Il cielo si è sciolto nel mare grigio e il mondo non si riesce più a dividere.
Io ho i brividi perché mi continui ad abitare.
Incomprensibile dare un prezzo alla tua tenerezza.
Viaggi di lavoro, mi sento stanco e solo.
Quanti deserti devi aver ingoiato.
Verrò ad accarezzarti di nascosto mentre dormi.
Anche se all’alba dovrò allontanarmi trascinandomi sulle ginocchia.
E il peso mi farà sentire da vicino l’odore del fango.

……………….

Sono forte, sono una nota che vibra sicura verso il cielo,
saprò rompere questo azzurro slavato e getterò la sera sopra ai monti bagnati.
Sono completamente perso, con incessante ritmo di tormento.
Mi capiti d’improvviso, mi attraversi come un vascello pirata.
Mi bruci le assi, le travi, non vedo che fumo.
Respiro la cenere. Tornare a salire quelle scale.
Saccheggi forza e sangue, resto con le spalle scarne.
Un fantasma che mi rapisce di notte e non mi spaventa.
Mi estorce carezze, dolci, umide di commozione.
Mi stringe il respiro.
Aspetto la neve.

……………….

La finestra aperta su di un cielo chiuso,
Lo squillo di un telefono a gettoni.
Era la tua voce,
parlava mentre le monete finivano, scatto dopo scatto.
Una pioggia di brividi mi percorre,
Scende come una carezza dalla nuca, la schiena,
E di nuovo il respiro, l’affanno del sesso. La pelle, l’odore che resta.
Arrivo alle lacrime.
Ti saluto educato.

……………….

Rinunciare ad un pensiero, una proiezione, una cosa che credo essere te e invece sono solo me. Rinunciare all’inesistente creato per colmare vuoti enormi. Granello di polvere per chiudere caverne. Rinunciare al nulla. E nulla… Non ci riesco. Mi sento stupido, incapace. Ma ancora non ci riesco.